La nascita della moda italiana

Il 12 febbraio 1951 segna una data storica per la nascita ufficiale della moda italiana. La prima sfilata organizzata a Firenze da Giovanni Battista Giorgini, di fronte ai rappresentanti della stampa specializzata e dei più importanti department-store nordamericani, inaugura una lunga politica di commercializzazione del prodotto di moda italiano negli Stati Uniti, che era stata avviata nell'immediato dopoguerra, ma che soltanto adesso trova le condizioni e le persone adatte al suo decollo.



Per partecipare all’iniziativa era indispensabile presentare creazioni originali, di esclusiva ispirazione e fattura italiane. Il primo scopo era di dimostrare ad un pubblico di addetti ai lavori l'autonomia della nostra sartoria dalla moda francese, che finora costituiva il punto di riferimento dello stile internazionale. La seconda ragione scaturiva dalla necessità di aprire una breccia nel mercato americano, che era l'unico ormai in grado di assorbire la produzione di lusso di un'Europa devastata dalla guerra.


Ma per raggiungere questi obiettivi occorreva esprimere elevate capacità professionali e libertà di orientamento. Nove case di alta moda, Noberasco, Vanna, Veneziani e Marucelli da Milano, Carosa, Schuberth, Fontana, Fabiani, Simonetta da Roma e quattro di boutique, la Tessitrice dell'Isola, Emilio di Capri, Bertoli e Mirsa aderiscono alla manifestazione con entusiasmo, con un pizzico di incoscienza e lo spirito di avventura dei primi "pionieri".

L'operazione infatti nascondeva grosse incognite, perché non esisteva ancora in Italia una moda di chiara connotazione nazionale, omogenea e compatta, che avesse peso sulla bilancia del mercato estero. In passato erano stati fatti numerosi tentativi per promuovere I'immagine del Made in Italy, senza peró ottenere risultati soddisfacenti e soprattutto duraturi.


Negli Anni Venti il governo fascista, coadiuvato dalla stampa regime, aveva intrapreso un'attiva campagna di valorizzazione del prodotto moda italiano, che era sfociata in una serie di manifestazioni, fiere e sfilate e si era concretizzata nella costituzione a Torino dell'Ente Nazionale della Moda. Ma di fatto durante il ventennio non si riuscì a stabilire quella collaborazione tra progettazione sartoriale e industrie tessili, necessaria al lancio della moda italiana nel mondo, né ad imprimere alla produzione indirizzi univoci.


Del resto gli stessi creatori di moda non avevano linee innovative per la paura di perdere il consenso della propria clientela e per una forma di soggezione psicologica nei confronti dello spirito creativo francese.


L'impostazione del problema e delle possibili soluzioni tuttavia facilitò lo sviluppo e il potenziamento di quei settori legati all'abbigliamento, dove si erano già manifestate capacità tecniche e creative.


La propaganda per la rivalutazione dell'artigianato e la formazione di scuole professionali accelerava le ricerche sui tessuti e sulle decorazioni degli abiti, in primo luogo ricami e merletti.


Nel campo tessile erano sperimentate nuove tecniche di produzione e di stampa. Il ricamo e il merletto venivano rilanciati quali lavorazioni tipiche tradizionali, recuperando dal passato tecniche di artigianato italiano e repertori disegnativi, affiancati da una produzione marcatamente innovativa, dove era fondamentale il rapporto con il mondo dell'arte.


Un sensibile cambiamento si avvertì soprattutto dopo il 1935, quando l'Italia si ritrovò in una situazione analoga a molti altri stati europei: penuria di materie prime per la chiusura delle frontiere, razionamento dei materiali pregiati necessari all'industria di lusso, situazione economica e psicologica che favoriva la semplicità e l'uso di materiali "poveri.


L'autarchia costituisce il terreno ideale per quella ricerca sugli accessori e sulle materie alternative, che alla fine del Quaranta e nel decennio successivo, anche grazie alle manifestazioni fiorentine, avrebbe generato le più significative e divertenti. In clima autarchico sughero, la corda, la rafia trovavano applicazione nelle scarpe e in generale.


La moda nostrana era pensata per le esigenze di vita delle donne italiane, con gusto e spirito mediterraneo. La stampa approvava le sue idee ed esaltava i suoi abiti pratici e adatti ad un modo di vivere dinamico e perciò liberi da inutili elementi decorativi": l'esatto contrario delle invenzioni francesi, che fondavano proprio sull'ornamento il loro fascino.


Allo stato dei fatti esaminati scopriamo che i primi passi per une caratterizzazione nazionale della moda italiana erano già stati compiuti prima dei 1951, ma solo allora vennero convogliate le potenzialità ancora inespresse del Made in Italy in un unico polo così da restituire un'immagine unitaria.


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